La Festa di Santa Rita

PELLEGRINO BAGNATO, PELLEGRINO SANTIFICATO

dI Gaetano Tirloni

Siamo al 22 maggio. Con il meteo che ha caratterizzato i quindici giovedì di s. Rita. Piove ad intermittenza al mattino. Nel primo pomeriggio si fa largo il sole, sfondando la barriera delle nubi. E alle 17 un temporale sigilla la giornata.

Nonostante il tempo incerto, il flusso dei pellegrini è costante. Con il picco dopo le 10 e in occasione, alle 12, della  supplica  alla santa dei casi impossibili. Dalle 13 alle 14 l’afflusso si placa, forse per osmosi con l’intervallo degli uffici, per riprendere impetuoso alle 17, in occasione della santa Messa celebrata da monsignor Faccendini con tutti i sacerdoti del decanato Barona. Alle 20 l’ultima Eucaristia è animata da un gruppo di peruviani.

Il cronista scruta i movimenti nel Santuario e avvicina qualche pellegrino interessante. Non sono molte le famiglie presenti, ma la parte del leone l’hanno fatta domenica.

Attira la mia attenzione Paola, inginocchiata sul pavimento davanti alla statua di s. Rita. “Cosa chiede alla taumaturga casciana ?“.  “Che mia figlia ritorni a casa. Da dove è fuggita un anno fa. Aveva 16 anni. A scuola andava bene. Ma si drogava e frequentava persone problematiche”.  ”Santa Rita – supplica Paola -, tu che sei stata mamma, abbi pietà del mio cuore spezzato“. E mentre pronuncia la preghiera, copiose lacrime irrigano le sue gote. Vicina, una giovane, mani giunte, fissa il crocifisso come plausibilmente fece s. Rita. Quasi estatica, non si accorge del cronista. Poi spiega : “Vorrei da s. Rita la forza di perdonare gli uccisori di mio padre. Provengo da Plati, in Calabria. Ove la guerra di mafia ha mietuto  centinaia di vittime. Mio padre passeggiava nel centro del paese quando due confetti di morte, destinati a un capo clan, l’hanno  freddato“.  Continua: “Mia madre si è uccisa dalla disperazione. I miei fratelli hanno lasciato la Calabria disgustati e impauriti. Io, invece, non ho voluto abbandonare le mie radici. Sono a Milano per un delicato intervento chirurgico. E ne ho approfittato per venire a pregare s. Rita nel suo notissimo santuario milanese“.

“Come  mai in Calabria – chiedo – la mafia è più potente dello stato?“. “Perché ha instaurato un regime di terrore. E le persone si rivolgono al boss per il lavoro, per esempio,  rimanendo in tal modo ricattabili a vita“.  “C’è una via di uscita?“. “Si, cambiare il cuore. Cosa  possibile solo a Dio. Tramite anche i santi. E s. Rita in particolare”.

Gli  anziani la fanno da  padroni. Spesso marito e moglie si danno il braccio. Quasi tutti i pellegrini tengono in mano una rosa, distintivo di devozione verso la  santa del perdono. Forse, nel santuario, manca quel silenzio che supporta le preghiere migliori. Ma non c’è festa senza clamore. Un plauso va ai volontari di ogni tipo, che hanno reso possibile lo svolgimento ordinato della giornata. Parecchi di loro contano molte primavere. Urgono i ricambi. E  questo è un appello alla generosità dei giovani.

2018-06-02T20:30:35+00:00